Perché Ditonellapiaga e TonyPitony hanno vinto davvero
A Sanremo il talento non basta più: serve una performance che sappia farsi ricordare
Non conoscevo davvero TonyPitony.
Mi era passato davanti su Instagram, con quell’estetica da eroe mascherato più alla Little Tony che alla Elvis, e avevo ascoltato distrattamente qualche suo pezzo. Credevo fosse una caricatura trash volutamente esagerata e basta.
Poi è arrivato Sanremo e il duetto annunciato alla serata delle cover con Ditonellapiaga sulle note di The Lady is a Tramp.
Da ieri leggo ovunque che TonyPitony sarebbe un “genio assoluto”, “una roba mai vista”. Non sono d’accordo, ma non in senso polemico. Semplicemente non è quello il punto.
Perché se lo guardi con un minimo di distanza, ti accorgi che la questione non è stabilire se sia un genio o meno. La questione è capire perché la performance di ieri sera abbia funzionato così tanto al punto da vincere il premio come miglior cover.
Ed è qui che, secondo me, sta la parte interessante: oggi il talento puro non basta più nemmeno a Sanremo. Anzi, forse non è nemmeno più la cosa decisiva.
Prendiamo Arisa. Dal punto di vista puramente tecnico, probabilmente la migliore in gara. Voce, controllo, intensità. Ma Sanremo non è (più?) un esame di conservatorio. È televisione. È spettacolo. E in televisione, specie oggi, vince ciò che resta impresso.
Questo non significa che il talento non conti. Significa che da solo non è sufficiente (classica frase cliché, ma andiamo avanti).
Se sei solo bravo, rischi di essere uno dei tanti. Se sei interessante ma non sei bravo, duri una stagione. Se le due cose coincidono, allora succede qualcosa.
TonyPitony non è solo un personaggio costruito. Sotto la parrucca, sotto l’estetica volutamente caricaturale, c’è uno che sa cantare davvero. Lo si era già intuito anni fa, alla sua audizione a X Factor, quando, tra i giudici, il solo Mika aveva colto il talento e il potenziale dietro la sua audizione con quella messa in scena un po’ sopra le righe.
A Sanremo, TonyPitony non ostenta la sua base tecnica, la utilizza. La mette dentro una performance pensata per essere guardata.
E poi c’è Ditonellapiaga.
Lei è una delle poche che negli ultimi anni ha portato all’Ariston qualcosa che non suona sanremese in senso classico. Con Donatella Rettore aveva già dimostrato di essere in grado di tirare fuori un pezzo orecchiabile senza diventare prevedibile. Ha un’estetica precisa e una leggerezza che non è superficialità.
Insieme TonyPitony e Ditonellapiaga funzionano anche visivamente nella loro buffa bizzarria, oltre che musicalmente. Il duetto di ieri non è stato solo una cover ben eseguita. È stato un mini-spettacolo, un mashup intelligente con un gioco teatrale che rendeva il tutto memorabile anche al di là della pura tecnica.
Non c’è nulla di radicalmente nuovo, in senso storico. Gli Elio e le Storie Tese facevano teatro musicale e caricatura consapevole più di vent’anni fa.
Ma oggi il contesto è diverso. L’attenzione è frammentata, tutto è veloce, tutto è scrollabile. Se non catturi anche con l’immagine e la performance, oltre che con la voce, non emergi. E questo, Ditonellapiaga e TonyPitony lo hanno capito benissimo.
Per questo il loro exploit non è la vittoria del personaggio sul talento. È il talento che ha capito di dover diventare anche performance.
E forse è questa la cosa più interessante di questo Sanremo.



